Di libri belli e di sogni brutti


Sono finalmente tornata a casa, dopo un lungo soggiorno nella casa al mare di mia zia. Agli Hamptons, come dice la mia amica Monica. Alle Everglades direi io, visto la palude e le zanzare. Ma senza coccodrilli.

La routine con le due bimbe comincia a ingranare, tanto che sono riuscita anche a leggere un libro. Un libro bello bello. Ma che mi ha risvegliato pensieri proprio brutti. Dopo tanto silenzio torno svestita della mia solita pollyannitudine e vi racconto i miei sogni brutti. Vogliatemi bene lo stesso.


Il libro in questione è “Fai bei sogni” di Massimo Gramellini. Non sono solita leggere i libri del momento, e questo è decisamente uno dei libri del momento. Sarà snob, ma penso sempre che se un libro piace a tutti deve avere qualcosa che non va, o è scritto per essere piacione, o magari dice delle banalità.

Perché l’ho letto allora? Perché in uno dei miei blog preferiti ho letto una recensione, che poi una recensione non è, che mi ha lasciato senza fiato. Non vi racconterò del libro, perché lei lo ha fatto talmente bene che ogni parola mia sarebbe stonata, in eccesso. Leggetevi direttamente il post in questione e innamoratevi di questa ragazza e della sua profondità leggerissima, di cui non potrete più fare a meno.

Fai bei sogni è una frase tipica da mamma, è un augurio bellissimo, è più di una buonanotte, è un invito a credere nella fantasia e l’espressione della speranza che per i nostri figli ci siano sempre sogni speciali ad allietare le loro notti e motivare i loro giorni.
Ma. Non so se è successo anche a voi, probabilmente sì: da quando sono mamma ho degli incubi ricorrenti. Forse il prezzo da pagare per i sogni belli dei bambini sono gli incubi delle mamme?

# 1. Subito dopo che è nata Alice ho cominciato a sognare che arrivava la sua vera mamma e me la portava via. Non ci vuole un grande psicanalista per capire che non mi sentivo un granché all’altezza del mio nuovo compito. Ho continuato a fare questo sogno angosciante per molti mesi. Diventata un po’ più grandicella ho cominciato a fare un sogno nuovo. 

# 2. Mi devo allontanare mentre lei dorme. Ad un certo punto mi rendo conto che è l’ora in cui solitamente si sveglia ma io sono lontanissima da casa e a piedi. Qui si innestano molteplici varianti: dalla semplice pioggia alle inondazioni, muri, strade senza uscita, telefoni rotti, autobus che sbagliano strada e chi più ne ha più ne metta. Tutto contribuisce a portarmi sempre più lontana da casa mia, mentre io mi immagino la mia povera creatura che si sveglia e si dispera rendendosi conto di essere da sola. E senza cibo.
Appena smesso di fare questo sogno (anche perché Alice scende dal letto da sola ora), ecco qui che ti scodello la seconda figlia.

#3. Ancora non vi ho raccontato nulla di lei, vi dico solo che Dalia è angelica. “Come non averla” dice mia madre.
Qual è quindi il mio nuovo incubo?
Esatto. Me la perdo. Sono in giro con Alice e a un certo punto mi rendo conto che non ho più la carrozzina con Dalia. Dove l’ho lasciata? Torno indietro per cercarla e qui vai di pioggia, inondazioni, muri, strade senza uscita, telefoni rotti, autobus che sbagliano strada e via dicendo.
Nella versione più perversa strada facendo mi perdo pure Alice.

Tutto questo mi succedeva anche prima di leggere il libro, sia chiaro. Oltretutto lo scopo di Gramellini non è affatto creare ansie o paranoie, tutt’altro. È un libro positivo, che illustra il percorso dell’autore per liberarsi del suo mostro, per perdonare, per superare il dolore paralizzante di un lutto.

E qui arriva il mio ma. L’effetto collaterale che lui non ha previsto e che nemmeno io potevo prevedere. Lui parla da figlio, io lo leggo da madre. Il mio nuovo pensiero brutto ossessivo è: se mi succedesse qualcosa ora, nonostante tutto quello che abbiamo condiviso, nonostante i due anni che sono appena passati e che abbiamo trascorso sempre insieme, mai separate per più di 4 o 5 ore, Alice non si ricorderebbe più di me. Non ricorderebbe il mio viso, la mia voce, le mie abitudini, le mie manie. Cosa mangio la mattina, qual è il mio colore preferito. 
Questo pensiero mi riempie di angoscia. Perché ancora peggio di non avere più una madre è non avere un’immagine mentale di lei, una voce da sentire nella testa quando sei giù, che ti dica “non ti preoccupare, andrà tutto bene. Ce la puoi fare. Ti voglio bene”. Sarebbe come se non ci fossi mai stata.



Solitamente sono molto riservata (so se suona strano scritto in un blog), soprattutto per quel che riguarda il dolore. Ho molto pudore del dolore. Ma questa volta l’ho voluto tirare fuori, perché esca da me, perché raccontarlo è un modo forse per disinnescarlo, per fare in modo che non stia  lì dentro ad autoalimentarsi e a crescere. Soprattutto ora che un’altra madre, la mia, soffre. E io mi trovo in mezzo a questo cortocircuito: sono madre ma sono anche figlia.
E perché sono convinta che anche voi abbiate pensieri oscuri, paure irrazionali che qualche volta vi tengono sveglie la notte. Mi piacerebbe che anche voi ne parlaste con me. Poi come Camilla/Zelda leghiamo tutti questi pensieri brutti a un palloncino e li facciamo volare via…
Buonanotte, fate bei sogni.




P.s. Poco più di un anno fa ricordo che parlavamo sempre di libri, e di madri. Qui
Ri-p.s. La talentuosa ragazza di cui sopra, ha anche un account instagram: cercate zeldawasawriter_com o andate qui.

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